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16 maggio 2009

Insomma, mi candido.

Insomma, mi candido. Anzi mi sono già candidato. No, niente parlamento europeo, niente poltrone ingombranti, niente politica torbida da casta. Sono semplicemente candidato consigliere per il mio comune, Arzignano (e diciamocela: con poche chance di essere eletto).
Mi sono candidato perchè amo la mia città, credo che in questi ultimi cinque anni soprattutto abbia vinto la sfida con la contemporaneità, portando novità e superando prove che hanno dimostrato la sua tempra, la sua qualità, l'apertura mentale dei suoi amministratori e dei suoi abitanti. Abbiamo primati in quasi tutto, nel circondario: raccolta differenziata, fonti rinnovabili, manifestazioni culturali, piste ciclabili, servizi della Biblioteca, solidarietà e assistenza...
Potrei andare avanti, ma questo non è uno spot elettorale. E' più una comunicazione di servizio, diciamo.
Mi sono candidato anche perchè me l'ha chiesto un mio amico, Stefano Fracasso, il sindaco uscente che si ricandida e che con me è nella squadra di DisSensi, una serie di eventi culturali che è anch'essa un fiore all'occhiello di quella ricca e multiforme realtà che è Arzignano; e perchè a convincermi sono stati altri due amici, sempre della squadra di DisSensi.
L'ho presa com'è venuta, questa esperienza, perchè credo in Stefano, credo nella sua squadra e nella sua visione delle cose, del mondo e della gente. Lo faccio con entusiasmo, passione e tanta energia. Anche tanto stress, devo dire, perchè la campagna elettorale è una grande macchina che solo chi c'è dentro può capire fino in fondo.
Mi sono candidato anche perchè faccio parte di un progetto ardito, simpatico e fuori dagli schemi: la mia lista, Città Futura 2.0 (notare il nome!), è una civica guidata dall'assessore ai servizi sociali della città, una cinquantenne tutto sprint ed entusiasmo, ed è poi formata da tutte persone giovani e "nuove" al mondo della politica (il più "vecchio" ha 36 anni, fate conto voi). Giovani, quelli veri, perchè ne esistono ancora, hanno tante idee, tanta voglia di fare e di esserci, tanto coraggio di affrontare una sfida che li vuole preparati, spigliati e attivi. Portiamo avanti proposte su cittadinanza attiva (e interattiva), partecipazione, solidarietà ai meno fortunati, opportunità e incentivi al mondo giovanile, valorizzazione delle eccellenze, riqualificazione professionale e culturale. Ci attaccano spesso, gli avversari (che, perdonatemi la faziosità, sono vecchi, brutti e assetati di potere), perchè scompigliamo il gioco e abbiamo tanto potenziale da liberare. E poi siamo freschi, non ingessati, colorati e pieni di sprint. Siamo su blog, su Facebook, su YouTube, su Twitter; abbiamo iniziato la campagna con un piccolo marketing virale; parliamo agli elettori al bar, in enoteca, in piazza, nei parchi. Non abbiamo schemi, non abbiamo tessere di partito, non abbiamo pressioni: vogliamo che siano solo le idee e le proposte a contare.
Capirete che per un po' di tempo, essendo impegnato a fondo (e molto più del previsto) su questo fronte, il blog sonnecchierà per un po'. Magari qualche aggiornamento sporadico ci sarà, ma una cosa mi sono ripromessa: Libermente non diventerà un blog di campagna elettorale. D'altronde manco ho mai detto il mio nome, su questo sito. E' come se Libermente fosse il mio alter ego, e così rimarrà. Della candidatura volevo dirvi, però, un po' per confidare il mio entusiasmo a voi lettori pochi ma buoni, e un po' perchè ci tenevo a comunicare una cosa che pervade e occupa tutto me stesso, anche la mia parte Libermente nascosta ai più.
Se vinceremo lo capirete dal tono dei post che seguiranno il 6-7 giugno: felici e festosi se avremo ancora la maggioranza, lugubri e depressi se avremo perso.
E chissà, in un caso o nell'altro, potrebbero cambiare molte cose, per me e per Libermente.



8 marzo 2008

Drink and the City

E' interessante vedere le cose da una prospettiva diversa, dicono spesso. Ebbene, facciamolo.
Nella mia città, Arzignano, per i ggiovani, la sera, non è che ci sia un gran da fare. Si gira per i baretti, quando non si aveva la macchina si cercava disperatamente un passaggio o si attendevano ardentemente i diciott'anni e la tanto desiderata patente magari per spostarsi un po', andare in qualche paese vicino.
Ma non sono solo i ggiovani che vanno in giro a locali, ultimamente.
Quest'estate è stato il tempo del Barbie: un locale come gli altri, comunissimo, però nuovo e quindi di facile attrattiva. L'età media degli avventori, però, è alta rispetto alle compagnie di giovani miei coetanei, ad esempio: direi sui trenta-trentacinque anni.
Ma si sa, il successo è un demone effimero e dunque, nemmeno tempo di mettersi su i cappotti, e già l'inverno aveva decretato la crisi del Barbie e l'avvento del Peperito's. Un lounge bar, oserei definirlo, aperto per quasi tutta la giornata e che si trasforma agilmente da un normale cafè a un happy hour club a un locale predisco, il tutto in un design abbastanza innovativo, vetrate trasparenti, sedute particolari, luci soffuse. Molto in, insomma. Anche qui la media dei frequentatori è molto varia: si va dai quattordicenni che arrivano in scooter ai quaranta-cinquantenni con Classe A e Cayenne, questi ultimi leggermente più numerosi.
Ultima apertura, giovedì scorso, quella del Sottoscala, un "musicvideobar", letteralmente situato in fondo a una scala, in uno scantinato per l'occasione rimodernato e dotato di ben tre televisori e un maxischermo per vedere le partite di Sky. All'inaugurazione, già il posto è piccolo, non si respirava. Una densità di popolazione assurda, e direi che il 60-70% dei clienti aveva sicuramente più di trent'anni, molti ne avevano anche più di cinquanta.
A che pro cito tutti questi dati? Lungi da me il sostenere che gli "adulti" non debbano andare in giro a locali, aperitivi e happy hour. Però secondo me questo fatto, nel suo piccolo ma anche nella sua diffusione, testimonia il cambiamento di una società. Il Veneto, si sa, è ( o era?) la patria del piccolo-medio imprenditore, tutto famiglia e lavoro, alacremente indaffarato nel portare avanti la sua azienda. I benestanti di una volta insomma, quelli archetipici del Veneto operoso, non sono certo i "fighetti" di adesso, tutti presi dal loro look, dallo sfoggio, dall'esposizione. Sempre con il drink in mano, con l'abbronzatura da Lampados, con l'ultimo occhiale griffato inforcato sopra le orecchie anche se fuori anche i pipistrelli fanno fatica a vederci, .
Non solo gli imprenditori, però: anche impiegati, segratarie, liberi professionisti fanno parte di questo stuolo di alcolofili delle nove di sera. E' l'happy hour generation, si dice. Il problema è che le definizioni generazionali si usano di solito per coloro che non hanno ancora un lavoro, sono ancora giovani, sono ancora in cerca di una loro definizione appunto. Poi magari l'importante è sentirsi giovani dentro.
Però fa riflettere osservare questi uomini e queste donne maturi, tutti presi nel loro rituale serale. E' la testimonianza, da un punto di vista socio-economico, della "terziarizzazione" della società: gli imprenditori sono sempre meno, almeno quelli che dedicano anima e corpo e ventiquattro ore alla loro azienda; sempre più numerosi sono i subalterni, i dipendenti, gli impiegati o i liberi professionisti, tutti con responsabilità limitate, più tempo libero, meno pensieri per la testa. Perfino Arzignano, la città della concia, vede in questi fattori "sociali" un affievolirsi della sua anima puramente industriale: si sta trasformando in una città di servizi, e con essa anche gli usi e i costumi dei suoi abitanti. Siamo ormai tutti piccolissimi borghesi, con la puzza sotto il naso e l'aria snob di chi non sta nè di qua nè di là. L'happy hour, tra l'altro, non è che l'apoteosi del disimpegno, della spensieratezza, del "staccare-la-spina": non a caso si consuma negli orari che una volta erano dedicati quasi sacramente ai telegiornali in televisione.            
Ovviamente esagero. Non sono un sociologo e nemmeno un economista. Sono, queste, osservazioni empiriche e magari un po' forzate. Ma che ci sia un cambiamento nell'aria, perfino in provincia, di come si percepisce il lavoro, il tempo libero, l'impegno e quindi tutto il resto, e anche il mondo e la vita, mi sembra palese. Se sia un decadimento dei costumi o solo una loro evoluzione, magari migliorativa, questo lo si vedrà in futuro.
Nel frattempo, beviamoci su uno spritz. A qualsiasi età.


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24 dicembre 2007

Natale Nero

 1972
Il consueto Festival Gospel e Spiritual che si tiene ogni anno, nel periodo natalizio, nella mia città, ha riservato in questa edizione una grande sorpresa. Ospiti, infatti, dell'appuntamento conclusivo erano le Black Voices, un gruppo di Birmingham, formato esclusivamente da donne. Sotto la direzione artistica di Carol Pemberton girano il mondo (soprattutto Inghilterra, Germania, Olanda, Francia e Italia ma anche Stati Uniti) portando in tour i loro fenomenali concerti fatti di contaminazioni di vari generi: dal gospel vero e proprio al reggae, dallo spiritual soul al calipso e altro ancora. Sono un gruppo nutrito di persone che si occupa anche di formare nuovi cantanti, ma prediligono l'esibizioni in quintetto. Formidabili i momenti in cui eseguono pezzi strumentali, ma senza il ricorso a strumenti veri e propri, appunto, ma con la sola estensione e modificazione della loro voce. Talento musicale straordinario, certo, ma anche impegno sociale, come nella canzone Somewhere, somebody, che potete sentire qui sotto, che parla di tutte le sofferenze dei bambini nel mondo che ci paiono tanto lontane invece ci circondano completamente (ascoltate in particolare le parti narrate).
Un modo struggente e intenso per augurarvi e augurarci Buon Natale.



SOMEWHERE, SOMEBODY NEEDS TO BE FREE...


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30 ottobre 2007

Poco credibile

Ci si interroga spesso sulla funzione e sull'utilità dei quotidiani free press, quelli che vengono distribuiti gratuitamente vicino ai luoghi di lavoro o all'uscita delle stazioni e delle metropolitane. C'era anche chi, al loro avvento, diceva che avrebbero rivoluzionato il mondo dell'editoria giornalistica. Ovviamente, come sempre nel caso di affermazioni del genere, la rivoluzione non c'è stata. I giornali free press comunque possono (anzi, potrebbero) essere una risorsa importante per la diffusione dell'informazione ma spesso peccano in qualità e accuratezza delle notizie e della gestione globale delle edizioni: molti sembrano più grandi contenitori di pubblicità (ed è quella la loro funzione primaria e prima ragione di vita) intermezzati da notizie striminzite, strampalate o poco curate, giornalisticamente e linguisticamente, ma soprattutto piene zeppe di errori. Non tutti, non sempre (e qui sto cercando di pararmi la faccia perchè magari - anzi molto probabilmente - in uno di questi quotidiani gratuiti finirò a lavorare anche io).
Prendete ad esempio il numero di oggi di City, che poi sarebbe il gratuito del gruppo Rcs: oltre a notizie fondamentali per la vita dell'intera umanità come "A Parigi i muri anti-pipì" o "Rubato il pene di Tutankhamon", si riportava un articolo sul nuovo film di Terry Gilliam, definito dal giornalista come «regista britannico, star dei Mony Python», ma non erano i Monty Python quelli? Per non parlare della recensione del nuovo film di Abatantuono, rinominato per l'occasione «2064 - Un anno eccezionale», quando l'originale sarebbe 2061 - Un anno eccezionale (perchè fa eco all'anno dell'Unità d'Italia, 1861).
Per par condicio, anche il concorrente Metro non è da meno: l'edizione di ieri è uscita senza nessuna lettera accentata. Oggi, poi, un competentissimo critico televisivo, che cura quotidianamente una rubrica per la testata, si scandalizza per una scena di «sodomia [gay] anche in fascia protetta su Sky», domandandosi candidamente se «le regole di tutela dei minori valgano anche per Sky». L'autore, tale Mariano Sabatini, dovrebbe sapere, occupandosi lui di televisione, che Sky è una televisione satellitare tematica i cui contenuti sono scelti e indirizzati a vari pubblici non secondo la fascia oraria (come avviene nella tv generalista), ma secondo il canale che si sta guardando. E poi su Sky la fascia protetta certo che non esiste, perchè c'è il Parental Control interattivo che permette di bloccare programmi e addirittura interi canali non adatti ai più piccoli. Ma tanto lui, per mettersi la testa a posto, ci teneva solo a precisare  che «la scena mi avrebbe suscitato la medesima sensazione con due etero». Sé, non ce crede nessuno!
Ma la fiera continua con il titolo di un articolo che recita «Del Toro dirigerà Harry Potter IV»: peccato che lo stesso regista nel testo dell'articolo usi un possibilistico condizionale («ora che la saga è diventata più dark potrei dirigere l'ultimo film») e che il quarto film della serie sia già stato girato nel 2005, mentre quello di cui si parlava è Harry Potter VII, semmai.
Pochi esempi, che capitano anche sui grandi giornali tutt'altro che gratuiti. Ma bastano per dare una certa idea di fare giornalismo, che invece, soprattutto in realtà piccole e innovative, dovrebbe puntare anche più che in altri ambiti alla qualità, all'attendibilità e alla cura più estreme di ciò che si scrive.
Ciò non toglie che lo stesso Metro, ad esempio, possa accorgersi e occuparsi, nella sua edizione veneta, dell'eccellente servizio informatizzato  - quello sì innovativo - della biblioteca della mia città, Arzignano. Ma nemmeno lì poteva mancare l'errore: la sigla della provincia, Vicenza, è diventata "Vc" (quasi un bagno pubblico) invece del corretto "Vi".


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